QUOTIDIANO FONDATO NEL 1994

L’editoriale

di Daniele Silvestri

Mi è sempre piaciuto giocare con le parole. Ma anche con i numeri è divertente a volte. Tipo il 6 (sesta volta sul palco di Sanremo) e il 9 (nono disco in arrivo), che messi insieme fanno 69 come le edizioni del festival. Ma sinceramente non credo la cosa abbia un qualsiasi significato. E comunque tra i due numeri preferisco il 9, nel senso che è al disco che penso molto più che al festival, a quello tengo davvero e per quello soffro, mi ingegno, mi deprimo, mi entusiasmo, mi preoccupo, mi esalto.. Però siccome Sanremo è Sanremo, va sempre a finire che per qualche settimana…non sembra esserci altro. Poi quando sei qui ancora di più…si rischia di perdere anche un po’ il contatto con la realtà, che invece tendenzialmente va avanti senza curarsi granché di ciò che accade qui in riviera.


Daniele Silvestri - Scusate se non piango



A Sanremo canto la mia crisi da genitore

di Gino Castaldo

Danele Silvestri è tornato.
Argentovivo, il pezzo che presenterà al prossimo festival di Sanremo, ce lo restituisce ispirato, estremo, autorevole come la sua storia richiedeva a gran voce. Il tema è appassionante, cantato con urgenza rabbiosa, si parla della condizione giovanile, della scuola e dell’adolescenza come prigione, dei desideri mancati e dell’educazione nell’era delle nuove tecnologie.

Per tornare al festival ci voleva un segno così forte?

«Sì, anche perché ormai i miei festival non sono pochi, con questo sono sei, entro nella classifica speciale dei veterani. Ma è la canzone che a un certo punto è arrivata e mi ha detto: “ti prego mi voglio far sentire da un sacco di gente, subito, se no mi fanno fuori, dove possiamo andare?”. Quando ho capito che il pezzo c’era ho chiamato e mi hanno detto “bene, sì, oggi è l’ultimo giorno per accettare pezzi”, per istinto ho detto andiamo, e anche loro, devo ammettere, mi hanno preso sulla fiducia perché il pezzo non era neanche finito».

La domanda è d’obbligo: quanto c’è di autobiografico?

«I miei figli c’entrano tanto, fosse anche solo per il fatto di avere quindici e sedici anni, ma è facile rendersi conto che la loro situazione corrisponde a una condizione diffusa, mi sembrava giusto raccontarlo…

CONTINUA

L’editoriale

di Daniele Silvestri

Mi è sempre piaciuto giocare con le parole. Ma anche con i numeri è divertente a volte. Tipo il 6 (sesta volta sul palco di Sanremo) e il 9 (nono disco in arrivo), che messi insieme fanno 69 come le edizioni del festival. Ma sinceramente non credo la cosa abbia un qualsiasi significato. E comunque tra i due numeri preferisco il 9, nel senso che è al disco che penso molto più che al festival, a quello tengo davvero e per quello soffro, mi ingegno, mi deprimo, mi entusiasmo, mi preoccupo, mi esalto.. Però siccome Sanremo è Sanremo, va sempre a finire che per qualche settimana…non sembra esserci altro. Poi quando sei qui ancora di più…si rischia di perdere anche un po’ il contatto con la realtà, che invece tendenzialmente va avanti senza curarsi granché di ciò che accade qui in riviera.

Palasport 2019

25 ottobre 2019
Roma
Palazzo dello Sport


26 ottobre 2019
Roma
Palazzo dello Sport


8 novembre 2019
Padova
Kioene Arena


9 novembre 2019
Rimini
RDS Stadium


15 novembre 2019
Bari
Palaflorio


16 novembre 2019
Napoli
PalaPartenope



SILVESTRI, IL MEGAFONO CONTRO GLI SCHERMI

di Massimiliano Castellani

La speranza, in questo tempo liquido è un’onda che viene e che va, troppo veloce.

E Daniele Silvestri che, da sempre, va di fretta e di corsa, si professa subito «un inguaribile ottimista». Sono venticinque anni esatti da quando il più originale dei cantautori romani dell’era post Folk Studio (nato e cresciuto ne “Il Locale” , con i fraterni colleghi Niccolò Fabi e Max Gazzè) ha dato il via al suo “urlo sociale” dal Festival di Sanremo.

Era il 1994 quando, 25enne, sbarbato, una vaga somiglianza con Rino Gaetano, salì per la prima volta sul palco dell’Ariston e  cantò Voglia di gridare  in cui, tra un riff funky e un parlato, antesignano dell’onda anomala rap, rimarcava con forza: «Lo slogan è fascista di natura».

L’anno dopo si ripresentava a Sanremo, con la rabbia giovanile e l’idealismo dell’universitario, scendeva in piazza con L’uomo col megafono che si univa al coro di protesta dei «Compagni, amici, uniamo le voci. Giustizia! Progresso|! Adesso! Adesso! ». Risultato? «Ultimo posto, sì come Vasco. Ma era giusto così…», sorride scanzonato e ironico come sempre Silvestri che ci riprova con Aria (canzone su un ergastolano, edizione del Festival 1999) e poi la danzante – con il ballerino Fabio Ferri – Salirò(2002), fino all’esilarante La paranza (2007) «che si balla nella latitanza». Infine una civilissima protesta, senza megafono, A bocca chiusa  (2013) che sembrava il suo canto del cigno sul fronte della kermesse canora nazionalpopolare.

Ma Silvestri ha il talento raro del Sornione, un fine artigiano della parola, un coltivatore diretto di ossimori che sa cambiare registro musicale e continuamente rotta, come Le navi. E così eccolo pronto a salpare dal “porto” di Fregene dove si è rifugiato («per difendermi da ciò che Roma ora non è, e che invece dovrebbe essere: un biglietto d’ingresso del bello, per tutti, romani e non») e stupire ancora la grande tribù massmediatica sanremese. Susciterà grande stupore, ne siamo certi, con la sua  Argentovivo.

Un brano amaro, un dolente ‘j accuse a questi anni forse più vuoti che liquidi in cui un sedicenne grida disperato: “Avete preso un bambino che non stava mai fermo, l’avete messo da solo davanti a uno schermo e adesso vi domandate se sia normale se il solo mondo che apprezzo è un mondo virtuale…”
Questo è ciò che vedo e sento tutti i giorni. Canto quel sedicenne con gli occhi del genitore che assiste impotente dinanzi al “vuoto” adolescenziale. Lo faccio senza contraddittorio, che in questo caso poteva essere solo un insegnante, uno che tutti i giorni, se istituzioni, alunni e genitori glie lo permettono, ha gli strumenti per affrontare la “battaglia”.


Rancore pseudonimo di Tarek Iurcich nasce il 19/07/1989 e comincia il suo percorso musicale nel 2004, all’età di quattordici anni, a Roma, la città in cui vive. Ben presto si conquista sul campo una forte credibilità grazie alla partecipazione alle jam, ai concerti nei licei, alle gare di freestyle. Dopo alcune pubblicazioni autoprodotte — tra cui l’album Rancore-“SeguiMe”, uscito nel 2006 — nel 2009 nasce la collaborazione artistica con Dj Myke con il quale nell’anno successivo pubblica “ACUSTICO”, un EP di 8 tracce basato su un originale mix di voce, giradischi e la chitarra acustica di Svedonio.

Ad aprile 2011, sempre nella stessa formazione, esce lʼalbum “ELETTRICO”: hip hop suonato live e di grande impatto che mette in luce Rancore come uno dei più promettenti MCs della nuova generazione.

Manuel Agnelli cresce a Corbetta, in provincia di Milano, e si diploma presso l’I.T.A.S. “G. Bonfantini” di Novara.

La carriera musicale di Manuel Agnelli ha inizio nel 1985 quando dà vita agli Afterhours insieme con Lorenzo Olgiati (basso) e Roberto Girardi (batteria). Agnelli è invece voce e chitarrista; in alcune occasioni suona il pianoforte. Ai tre si aggiungerà poco dopo Paolo Cantù (chitarra). Nel 1987 gli Afterhours pubblicano il 45 giri My Bit Boy, a cui seguirà il primo album All the Good Children Go to Hell (Toast Records) segnalata dalla rivista italiana Il Mucchio Selvaggio tra i dieci migliori dischi italiani degli anni ’80.


Come funziona il Festival della Canzone Italiana dal punto di vista di coloro che devono occuparsi di quella strana macchina che si chiama “orchestra”?

Non posso dichiararmi un veterano, né tanto meno un fervente accolito della chiesa del Santo Remo.
Io ci sono stato nel 2009 che l’orchestra aveva lo stesso organico: flauto, oboe, due clarinetti (anche sassofoni), due trombe, due tromboni, archi, percussioni e il resto della ciurma rock con tre chitarristi, sei coristi, un bassista, un batterista e tre tastieristi. Mi pare che abbiano aggiunto solamente i corni francesi e per quanto avessi un vago ricordo ci fosse anche l’arpa, ciò non è vero: l’arpa a Sanremo c’era solo fino a vent’anni fa. L’assetto dell’organico, se si va a vedere le prime esibizioni televisive negli anni sessanta, era prevalentemente classico con elementi da jazz orchestra. L’orchestra negli anni ’80, con il playback, era addirittura scomparsa. In seguito, dagli anni novanta, sarebbe tornata tanto prepotente e battagliera da conformare uno standard sound “sanremese”, con un gusto e una retorica che arriva fino ad oggi.
Un fatto nuovo è che l’orchestra negli ultimi cinque o sei anni a Sanremo si ascolta meglio.
Uno degli adagi, per coloro che si cimentavano con il palco dei fiori era che l’orchestra non si sentiva mai bene in televisione.

Ma di preciso, cosa succede quando sei assunto nella baRAIcca?

I tempi di consegna delle parti d’orchestra del brano in genere sono subito dopo Natale. Il che significa che un pezzo inedito per Sanremo è stato vagliato dalla commissione tra ottobre e novembre e finito di missare a dicembre. DI sicuro la RAI non è ancora paperless: le parti vanno spedite in pacco espresso alla sede legale del Festival della Canzone Italiana nella versione cartacea, con una doppia copia d’archivio. Nei primi quindici giorni di gennaio viene fatta una lettura rapida senza il direttore e pochi giorni dopo una lettura meno rapida.

Quest’anno la disposizione in prova è a terrazzamenti, con la parte sinfonica in un piano ammezzato e la schiera estesa di musicisti pop della parte elettrica nel piano basso. Verso la ventina del mese di gennaio tutte le maestranze si trasferiscono al Teatro Ariston. Finché non è allestito il palco, non è dato sapere come sarà disposta l’orchestra. Ci sono casi in cui gli strumenti vengono smembrati e messi a mo’ di scenografia in giro per il teatro. E questa cosa, per chi dirige, è un problema gigantesco. Altro dettaglio che sfugge al telespettatore (ma che crea enorme disagio a tutti quanti) sono le dimensioni reali del Teatro Ariston. Generalmente a soffrirne di più sono gli strumenti che avrebbero bisogno di uno spazio vitale ampio: i tromboni, ad esempio, avrebbero necessità di libertà di azione per la coulisse e così i contrabbassi e i violoncelli per l’utilizzo dell’arco. A quanto pare, però, vivono da sempre una battaglia contro la claustrofobia.


1995 _ L’uomo col megafono
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2002 _ Salirò
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2007 _ La paranza
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2013 _ a bocca chiusa
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2013 _ il bisogno di te
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2019 _ Argentovivo
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Tempo fa avevo annunciato un altro titolo, ma avevo aggiunto “se non cambio idea”. L’ho cambiata. E adesso penso ch… https://twitter.com/i/web/status/1114123359791517699

Lo so, tempo fa avevo annunciato un altro titolo, ma avevo anche aggiunto un profetico “se non cambio idea”. L’ho cambiata. E adesso penso che questo disco non poteva avere altro titolo che questo, né un’altra immagine a raccontarlo. Grazie a Paolo De Francesco per lo scatto e tutto l’incredibile lavoro grafico. Signori vi presento.. LA TERRA SOTTO I PIEDI Esce il 3 maggio, ordinabile da oggi in tutti i negozi di dischi https://smi.lnk.to/SilvestriPreorderAmazon #dsNr9 #3maggio


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