QUOTIDIANO FONDATO NEL 1994

COME SE FOSSE UNA FEBBRE…

di Daniele Silvestri

Volevo scrivere un articolo, o un post, per parlare di quello che è appena successo, quello che si è appena concluso – circa una settimana fa – insieme all’ultima data degli Acrobati in Tour. Poi però volevo anche scriverne un altro per parlare di quello che deve ancora succedere e che comincerà a breve – fra circa una settimana – per poi proseguire fino alle porte del nuovo anno, e magari oltre.
Alla fine ne scrivo uno solo e metto insieme memoria e progetto, che in fondo è quello di cui parlo dall’inizio. Lo sguardo dall’alto che riesce ad abbracciare il prima e il dopo, il dietro e il davanti, senza rimanere costretto nel precario equilibrio dell’oggi, del qui.

LA GUERRA DEL SALE!

E finalmente ecco il video de “LA GUERRA DEL SALE”.
“La guerra del sale” è nata più o meno così: con Caparezza era una vita che volevamo a vicenda fare qualcosa l’uno con l’altro, ma nessuno faceva mai quella telefonata. Un giorno mi è sembrato di avere un giro strumentale adatto a stuzzicarlo. Le chitarre dure gli sono sempre piaciute. Avevo in mente la parola “sale” e volevo giocarci in ogni modo: quale penna migliore della sua per farlo? Gli ho telefonato e il brano è cresciuto man mano in questo modo, con idee che rimbalzavano fra noi, che cercavamo di far ridere e sorprendere l’altro.”

Il video è di Fernando Luceri.

COME SE FOSSE UNA FEBBRE…

di Daniele Silvestri

Volevo scrivere un articolo, o un post, per parlare di quello che è appena successo, quello che si è appena concluso – circa una settimana fa – insieme all’ultima data degli Acrobati in Tour. Poi però volevo anche scriverne un altro per parlare di quello che deve ancora succedere e che comincerà a breve – fra circa una settimana – per poi proseguire fino alle porte del nuovo anno, e magari oltre.
Alla fine ne scrivo uno solo e metto insieme memoria e progetto, che in fondo è quello di cui parlo dall’inizio. Lo sguardo dall’alto che riesce ad abbracciare il prima e il dopo, il dietro e il davanti, senza rimanere costretto nel precario equilibrio dell’oggi, del qui.

Ci vediamo a dicembre

27 dicembre 2016
ROMA
AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA


28 dicembre 2016
ROMA
AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA



Due ore e mezzo in macchina da Roma. Ussita è lì. Superi Terni e improvvisamente ti rilassi. Perché da lì inizia la Valnerina. Cominci con la cascata della Marmore, tra le più alte d’Europa. Poi una strada bellissima, una delle preferite – non a caso – dai motociclisti. Due corsie, curve, verde ai lati, le montagne davanti, l’esplosione dei colori.
Il padre di mio nonno è nato qui. Mia madre negli anni ’50 ci metteva 7 ore per arrivare, perché la strada non era asfaltata. Il padre di mio nonno è nato a Ussita. Noi lì abbiamo casa e lì abbiamo passato ogni estate e quasi tutti gli inverni.
Ussita la conosco prima che dai miei ricordi, da quelli di famiglia.
Lì si scia: sul filo della memoria. La “Piccola Svizzera”, mi hanno ripetuto per anni con quell’orgoglio delle origini. Perché lì si scia. Per raggiungere la seggiovia di Frontignano, sono 15 minuti. Piste facili, tranne una: il canalone, ripidissimo. Che ho fatto solo in estate, a piedi.
Ussita è piccola: una piazza principale con il bar centrale dove si vendono giornali, libri e fumetti; la chiesa, ovviamente, con le sue processioni.
Due parchi, il cinema (aperto solo a luglio e agosto). C’è il ferramenta, dove trovare anche i giochi per i bambini. Due parchi (in uno c’è il minigolf), il cinema (aperto solo luglio e agosto), la farmacia e il tabacchi, dove puoi comprare anche il bagnoschiuma. C’è la sede del Comune e una strada che collega le frazioni più piccole: Pieve, Vallazza, Tempori, e le altre. È ai piedi del Bove. Un monte che al tramonto si tinge di rosa, completamente.
“Ma che fai per tre mesi a Ussita”? Mi chiedevano i miei amici di città quando eravamo al liceo. Facile: passavamo luglio e agosto tra ping pong e biliardino, tra una sala giochi (da qualche anno non c’è più) e i tavoli del parco Ruggeri a giocare a carte.
Andavamo a Visso, che è a quattro chilometri e mezzo di distanza, uno dei Borghi più belli d’Italia e Bandiera Arancione certificata dal Touring Club Italiano (questo quando andavo al liceo non lo sapevo). Lì c’è “Il Laghetto”, punto di ritrovo dei giovani del posto.
E il bar Sibilla (tra i più fotografati adesso con il terremoto, la casa sopra è crollata). Tra i più fotografati anche in ogni mia estate, dato che fanno paste e cioccolate eccezionali. C’è il lago, vicino Ussita, artificiale e suggestivo. È a Fiastra, mezz’ora di macchina, circondato da montagne. Con il tempo giusto l’acqua diventa verde e azzurra, come gli alberi e il cielo che lo circondano. Ci si arriva passando per il santuario di Macereto (che ha resistito alle scosse più forti, la meta preferita per i pic nic dei turisti) e Cupi (tra le mie, di mete preferite, dato che ci sono due agriturismi eccezionali).
Dalle foto di questi giorni non si vede e forse non si sa, ma Ussita è anche un posto per chi ama lo sport: ci sono campi da calcio e tennis; e c’è un grande palaghiaccio, una pista per pattinare omologata per le gare di hockey. C’è anche una piscina, coperta, e un solarium per prendere il sole fuori. C’è un maneggio, dove quest’estate le mie nipoti sono andate per la prima volta a cavallo. E la bici, quello sì. Avevamo tutti la bici. Il mio edicolante di Roma, che è uno appassionato da anni, quest’estate si è fatto un giro al Fargno passando per il lago di Fiastra. C’è stato una sola volta e si è innamorato. Mi ha chiamato (mai fatto in 15 anni che lo conosco) dopo il terremoto per avere notizie del posto. A Ussita si mangia, anche. Nel senso che si mangia bene. Ci sono i pastori, le capre e le vacche, circondati dagli immancabili maremmani.
C’è la ricotta appena fatta da mettere nel caffè e c’è il ciauscolo, un insaccato morbido, da spalmare, realizzato con la carne di maiale. C’è l’amaro Sibilla, fatto con le erbe e imprescindibile in ogni tavola.
La montagna e le passeggiate, che con Ussita si pronunciano in una parola sola, tutto attaccato, per me sono arrivate con l’età della ragione.


Parto dal presupposto che a questo punto della mia carriera di collaborazioni inizio a contarne davvero tante, tantissime direi, ognuna di loro ha una sua storia, è nata in particolari circostanze. Non posso fare a meno di sottolineare, non perché sono ospite di queste sue “pagine virtuali”, che quando un rapporto va al di là della musica – come quello che c’è tra me e Daniele – le collaborazioni diventano quasi suggestive perché quello che ci metti dentro non è solo musica.
Così l’invito di Daniele è stato un po’ come l’arrivo in cima, in cima a una grande intesa, soprattutto umana, ne sono stato felice ma forse non del tutto stupito. Stava realizzando un disco molto particolare, e nella ricerca di qualcosa di “strano” credo che abbia riconosciuto in me il musicista poliedrico che poteva fare al caso suo, Acrobati suona infatti in molti modi diversi nonostante i brani riescano a mantenere un trait d’union fra loro, davvero un lavoro di grande equilibrio, è proprio il caso di dire che mai titolo fu più appropriato.
Ricordo distintamente la mia prima reazione all’ascolto de La guerra del sale, è stato qualcosa tipo: “Wow! Daniele ha fatto veramente un pezzo hard core!”. trioPerché, che lui sia fuori da ogni accademia è fuor di dubbio, ma questo pezzo suonava davvero hard core, una delle cose che più mi piacciono e non nascondo di essermi – neanche tanto metaforicamente – sfregato le mani, il panorama che mi si dispiegava davanti era oltre ogni più rosea previsione.
Ho approcciato il brano da un punto di vista più ritmico, che è poi il mio modo di operare all’interno degli arrangiamenti e quando ho pensato a come realizzare qualcosa che si legasse al magma sonoro del pezzo ho ritenuto che sperimentare fosse la strada migliore, anche sui suoni stessi: ci sono sovrapposizioni, cluster veri e propri all’interno dei quali faccio scorrere delle note glissate dei tromboni (apro una parentesi per un elogio al talento di Mauro Ottolini che quei tromboni li ha suonati), e poi c’è questa esplosione di melodie, delle quali la principale ha un arrangiamento con delle note al limite della dissonanza tra di loro, che però stanno benissimo perché anche la struttura armonica del pezzo è molto aperta, quasi modale. E poi insomma… “eravamo in tre”! Sapere che a un certo punto avrebbe attaccato Caparezza mi dava la certezza che la chiave da ricercare era quella dell’insolito.
La connessione fra i tre, a vederla, è quella tra persone che si conoscono, che si stanno simpatiche, che si divertono, ma bisogna anche considerare che i tre mondi che si incontrano sono abbastanza diversi tra loro, ognuno ha una propria identità specifica, stare in tre su quel filo teso è stata senza dubbio un’altra bella acrobazia per la quale mi sento di ringraziare sia Daniele che Michele.


C’ERA UNA VOLTA UN RE, ANZI, C’ERA UNA VOLTA…

Sebastiano De Gennaro racconta la nascita della collana di dischi 19'40" realizzata con Enrico Gabrielli e Francesco Fusaro

C’era una volta un Re, che disse alla sua serva, raccontami una favola, e la serva incominciò: c’era una volta un disco, intitolato 19’40”, per la precisione era il 2013 quando io ed Enrico Gabrielli pubblicammo  tale disco dedicato alla musica di John Cage da lui composta nell’anno 1940. Lo sapete chi era John Cage? Era un micologo? O forse un musicista? Beh, questa è un’altra favola e magari ve la racconto al prossimo concerto. Ma torniamo alla favola delle 19:40, si perché è proprio a quest’ora che dal primo dicembre 2016 cominceremo a pubblicare i dischi della nostra nuovissima collana discografica, che si chiama, per chiudere il cerchio, 19’40”!

Che ore sono? Che anno è? Qual è la favola? Qual è il Re? …se ho fatto solo confusione in questo preambolo colmo di numeri da qui in giù proverò a spiegarmi meglio. 
Intanto, vi ricordate di me? Sono Sebastiano de Gennaro, l’omino buffo con gli occhiali (citazione) che suona strumenti strani con il vostro Presidente. Ed è proprio perché mi occupo di musica, di suoni e di strumenti particolari, che Daniele (sempre attento e curioso) mi ha chiesto di raccontare a La Voce del Megafono che cosa sia esattamente 19’40”.
Diciannove e Quaranta è una collana di dischi su abbonamento pensata da me ed Enrico Gabrielli assieme al musicologo Francesco Fusaro, nata quest’anno per raccogliere, curare e diffondere il nostro lavoro sulla musica scritta. Minime, semiminime, crome, semicrome, semibiscrome, pause, chiavi ..corone; qualsiasi tipo di musica purché abbia un attinenza col segno sulla carta, con la notazione musicale e non solo, anche col fumetto, col disegno, con l’illustrazione. Ogni disco sarà curato graficamente da un diverso artista, e sarà accompagnato da un booklet contente un testo critico di Francesco Fusaro, per comprendere meglio cosa state ascoltando e che lavoro abbiamo fatto.
Dunque non è solo una favola ma una storia di musica, di idee, di dischi, di pacchetti, spedizioni e cassette postali: chi si abbona riceverà un disco ogni quattro mesi, 
il primo in arrivo (1 dicembre 2016) sarà una raccolta di trascrizioni di brani tratti dal repertorio di band strumentali italiane di area math-rock, noise, avant-garde, realizzate sapientemente da Enrico per il nostro ensemble di sei elementi (violino, pianoforte, oboe, clarinetto, basso tuba e percussioni). Parliamo quindi di trascrizione di musica ‘folklorica’ mai riportata prima su carta pentagrammata. La seconda uscita prevista per il 2 aprile 2017 sarà l’Histoire du Soldat di Igor’ Stravinskij, la Storia del Soldato, una meravigliosa opera da camera del 1918, anch’essa scritta con inchiostro su carta… una vera e propria favola russa, per l’occasione recitata in italiano da Stefano Panzeri ed illustrata con i disegni di Olimpia Zagnoli. E poi via via altri dischi per scoprire musica di cui forse in molti in questo momento non conoscono nemmeno l’esistenza.


IL FIUME E LA NEBBIA

debutta la nostra rubrica di recensioni e consigli. si comincia con "Morimondo" di Paolo Rumiz.

Rumiz non è nuovo a viaggi leggendari: come quando attraversò l’Europa in bicicletta, da Trieste ad Istanbul, oppure quando percorse l’enorme punto interrogativo al contrario che rappresenta l’ossatura d’Italia, ottomila chilometri per raccontare le Alpi e gli Appennini.
Questa volta l’autore traccia una via d’acqua: anzi, la via d’acqua, il Po, il Grande Monosillabo, come lui lo chiama, da Staffarda ai piedi del Monviso fino a Chioggia, alla foce, anzi, ad una delle mille foci. Con mezzi di trasporto diversi a seconda della geografia e quindi delle caratteristiche del corso d’acqua: Prospector prima, Old Town Ranger poi, e infine pignatta. E con compagni di viaggio che di volta in volta si avvicendano: c’è chi arriva (Paolo, del quale Rumiz scrive “In quella sinfonia, il compassato Paolo diventava un’altra persona: tracimava di felicità, viveva il ‘qui ed ora’ col fatalismo gioioso di un’iniziazione”) e chi, a malincuore, abbandona l’equipaggio (Valentina, “instancabile ricercatrice di montagne e guai”, che “sa di cercatori d’oro, dialoga con gli ultimi barcaioli, e cerca fiori nelle lande più desolate”).
Un viaggio lento, di esplorazione, denuncia, scoperta, poesia, abbandono, lungo il fiume che noi italiani dovremmo valorizzare e venerare, come una dea madre, e che invece è diventato una risorsa nel senso più biecamente utilitaristico del termine, da depredare di acqua, rena ed energia, e un immondezzaio, dove sversare ogni schifezza immaginabile: “Disse del fiume una cosa struggente -scrive Rumiz, riferendo le parole di un compagno di viaggio-: la sua capacità illimitata di farsi carico, come il Cristo, di tutte le nostre immondizie, colpe, stoltezze.”
Navigando il lettore entra in un’altra dimensione, fatta di attracchi, sponde, siluri, anacronistici ponti di barche, rumori e silenzi, in un orizzonte inevitabilmente limitato, ma che si apre se solo ci si alza in piedi sulla barca. Andando a caccia di affluenti, visitando i paesi sulle rive (Boretto, per esempio, luogo antico, perché ancora sa cosa sono le burle), mangiando in locande dall’aspetto di catapecchie, collezionando i resoconti dei pescatori, ascoltando il frinire delle cicale e delle stelle nelle notti all’addiaccio, superando le trappole insidiose tese dalle centrali idroelettriche, che dissanguano il fiume. Per sfociare infine nel mar Adriatico: “Uscire da uno spazio chiuso e vedere l’immenso orizzonte. Assistere al mistero di una linea che diventa spazio.”
Il Po di Rumiz è custode maestoso di bellezze e rarità, ma è anche collettore delle bruttezze prodotte dall’uomo. Il libro, attraverso fatti, immagini, incontri racconta anche il rapporto tra l’uomo e la natura: equilibrato fino a quando l’uomo ha avuto timore della natura, conflittuale ed impari da quando l’uomo si è ficcato in testa l’idea di esserne il dominatore. I toni dell’autore in questo oscillano tra la rassegnata denuncia e il desiderio di riscatto, di lotta: “Smettiamola di dire che il fiume è morto e che non c’è più niente da fare. Così forniamo solo la giustificazione a procedere a chi ha tutto l’interesse a manometterlo definitivamente.”


Gianluca Misiti

TASTIERE


È iniziata ad una festa di quinta elementare: lei si chiama Eva. Si mette al pianoforte e inizia a suonare: non posso crederci, questo è amore? È per lei o per quella musica? Con Eva andò male, ma di lì iniziai a studiare il piano. Ad un certo punto IL LOCALE, dove ho conosciuto Daniele: da allora suoniamo insieme, più di vent’anni di palco e amicizia Negli anni ’90 si riaffacciò Eva e la sua favola in un disco suonato e coprodotto con Max Gazzè, al quale seguirono poi Paola Turci, Marina Rei e altri.
La musica mi ha portato anche verso un’altra passione, il teatro, e poi il cinema con Edoardo Leo in primis. Cito un grande amico, Piero Monterisi: anch’io come lui ritengo di essere un uomo fortunato, perché vivo di note e musica.


È ora di iniziare a capire come far durare i concerti di Roma meno di cinque ore... #missionimpossible #lamiacasa https://t.co/H9VmIkvFPq

È ora di iniziare a capire come far durare i concerti di Roma meno di cinque ore... #missionimpossible #lamiacasa


ACROBATI

il nuovo album è uscito il 26 febbraio 2016

Si chiama “ACROBATI” il nuovo disco pubblicato da Sony Music il 26 febbraio 2016.
E’ stato lo stesso Daniele ad annunciarlo ai suoi fan lo scorso 26 gennaio con queste parole: ”Sono 22 anni che faccio dischi, ma sono più emozionato che mai. Lo dico solo a voi, e poi magari lo negherò… ma credo sia la cosa più bella che ho fatto. Non vedo l’ora di farvelo sentire. Per adesso – però – posso almeno farvelo vedere!“.
“ACROBATI” è un disco acrobatico anche per come è nato: da un iPhone pieno di appunti musicali, di idee, che partendo da uno studio di Lecce la scorsa estate, ha viaggiato fino a ritrovarsi al chiuso di una sala di registrazione dove si è fatto ascoltare germogliando e facendo germogliare un flusso inesauribile di musica.
Jam che diventavano sessioni, armonie, melodie, break che si condensavano in canzoni. Musicisti in tondo a suonare ogni nota come se fosse sempre la prima e anche l’ultima, una serie di take fissate su hard disk che davano già il volto a un disco pieno di spunti, di idee, di libertà.
Di acrobazia in acrobazia diciotto di queste canzoni si sono fatte avanti e si sono tuffate nel disco iniziando ad abitarlo, e rendendolo in poche settimane quello che è oggi: 74 minuti di musica, un piccolo mondo da esplorare e da ascoltare per quanto sa raccontarci.
E quell’idea di equilibrio quasi perfetto tra reale e fantastico la si ritrova anche nella copertina “acrobatica” realizzata da Paolino De Francesco: da un ipotetico aeroplano si osserva un cielo tessuto di fili sottilissimi, in cui si muovono figure immerse nella loro straordinaria quotidianità, come a dire che quella di “camminare sul filo” è una pratica che riguarda, ogni giorno, tutti noi.