QUOTIDIANO FONDATO NEL 1994

“A Sanremo canto la mia crisi da genitore”

Intervista di Gino Castaldo

Danele Silvestri è tornato.
Argentovivo, il pezzo che presenterà al prossimo festival di Sanremo, ce lo restituisce ispirato, estremo, autorevole come la sua storia richiedeva a gran voce. Il tema è appassionante, cantato con urgenza rabbiosa, si parla della condizione giovanile, della scuola e dell’adolescenza come prigione, dei desideri mancati e dell’educazione nell’era delle nuove tecnologie.

Per tornare al festival ci voleva un segno così forte?

«Sì, anche perché ormai i miei festival non sono pochi, con questo sono sei, entro nella classifica speciale dei veterani. Ma è la canzone che a un certo punto è arrivata e mi ha detto: “ti prego mi voglio far sentire da un sacco di gente, subito, se no mi fanno fuori, dove possiamo andare?”. Quando ho capito che il pezzo c’era ho chiamato e mi hanno detto “bene, sì, oggi è l’ultimo giorno per accettare pezzi”, per istinto ho detto andiamo, e anche loro, devo ammettere, mi hanno preso sulla fiducia perché il pezzo non era neanche finito».

La domanda è d’obbligo: quanto c’è di autobiografico?

«I miei figli c’entrano tanto, fosse anche solo per il fatto di avere quindici e sedici anni, ma è facile rendersi conto che la loro situazione corrisponde a una condizione diffusa, mi sembrava giusto raccontarlo, senza edulcorare, immedesimandomi in quel punto di vista, in quella zona buia dove non credi a niente di quello che ti viene raccontato, e trovi soddisfazione altrove in quel mondo che ormai forse anche impropriamente definiamo virtuale».

Alla fine è un problema antico che torna attualissimo. Padri e figli possono dialogare in questo momento storico?

«Il tentativo era quello di essere spietato. A me è arrivato come un cazzotto in faccia il rendermi conto che la distanza che c’è tra padre e figlio in alcune epoche è più marcata, e oggi lo è molto, anche se in apparenza siamo parte dello stesso mondo tecnologicamente stravolto dei nostri figli. In realtà siamo più indifesi, incapaci di fornire soluzioni, trovare regole e parole che abbiano un peso, e allo stesso tempo questa generazione di adolescenti non è come quella del ’68, che era consapevole di sé, che costruiva, proponeva, qui il rischio è che ci sia negazione, il rischio è l’annientamento, non dico che i miei figli siano questo, ma nei miei figli ho visto anche questo».

È una frattura insanabile?

«Sicuramente è più subdola, c’è un linguaggio nuovo, ma se fosse solo annientamento trovare un dialogo è assurdo e alla fine inutile, accetto anche che come padre, simbolicamente io debba morire, ma da padre mi sono reso conto che non c’erano punti su cui fare leva, perché se non c’è passione, se non c’è il desiderio di fare, diventa impossibile. Io sono cresciuto con l’idea che la passione sia tutto, che la cosa più importante sia avere un interesse. Per Argentovivo c’è stato un episodio decisivo. Due mesi fa ho scritto su Facebook che nel disco nuovo che stavo realizzando avevo ancora spazio per altri argomenti, ditemi che ne pensate. Bene, sono arrivate centinaia di messaggi che mi sono letto ridendo, piangendo. Me ne sono trascritti alcuni, ma al di là di cose dettagliate e alcune geniali che tengo da parte e che magari mi ritroverò tra anni, molti dicevano che avrebbero trovato giusto parlare di adolescenza, di educazione, di scuola, e questo coincideva con la mia crisi da padre. Quello che davvero non accetto è che in un sedicenne possa non esserci la voglia di spaccare tutto, di cambiare le cose. Vedere morire questo è una delle scoperte più dolorose per un padre».

Ma alla fine è pessimista o ottimista?

«Non sono pessimista da un punto di vista personale, sono preoccupato da quello che vedo intorno, ma non pessimista, penso sempre che la vita reale alla fine irromperà, e questo lo spero anche da genitore».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Grazie a Gino Castaldo e a Repubblica per la gentile concessione

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