QUOTIDIANO FONDATO NEL 1994
2 dicembre 2016
debutta la nostra rubrica di recensioni e consigli. si comincia con "Morimondo" di Paolo Rumiz.

Rumiz non è nuovo a viaggi leggendari: come quando attraversò l’Europa in bicicletta, da Trieste ad Istanbul, oppure quando percorse l’enorme punto interrogativo al contrario che rappresenta l’ossatura d’Italia, ottomila chilometri per raccontare le Alpi e gli Appennini.
Questa volta l’autore traccia una via d’acqua: anzi, la via d’acqua, il Po, il Grande Monosillabo, come lui lo chiama, da Staffarda ai piedi del Monviso fino a Chioggia, alla foce, anzi, ad una delle mille foci. Con mezzi di trasporto diversi a seconda della geografia e quindi delle caratteristiche del corso d’acqua: Prospector prima, Old Town Ranger poi, e infine pignatta. E con compagni di viaggio che di volta in volta si avvicendano: c’è chi arriva (Paolo, del quale Rumiz scrive “In quella sinfonia, il compassato Paolo diventava un’altra persona: tracimava di felicità, viveva il ‘qui ed ora’ col fatalismo gioioso di un’iniziazione”) e chi, a malincuore, abbandona l’equipaggio (Valentina, “instancabile ricercatrice di montagne e guai”, che “sa di cercatori d’oro, dialoga con gli ultimi barcaioli, e cerca fiori nelle lande più desolate”).
Un viaggio lento, di esplorazione, denuncia, scoperta, poesia, abbandono, lungo il fiume che noi italiani dovremmo valorizzare e venerare, come una dea madre, e che invece è diventato una risorsa nel senso più biecamente utilitaristico del termine, da depredare di acqua, rena ed energia, e un immondezzaio, dove sversare ogni schifezza immaginabile: “Disse del fiume una cosa struggente -scrive Rumiz, riferendo le parole di un compagno di viaggio-: la sua capacità illimitata di farsi carico, come il Cristo, di tutte le nostre immondizie, colpe, stoltezze.”
Navigando il lettore entra in un’altra dimensione, fatta di attracchi, sponde, siluri, anacronistici ponti di barche, rumori e silenzi, in un orizzonte inevitabilmente limitato, ma che si apre se solo ci si alza in piedi sulla barca. Andando a caccia di affluenti, visitando i paesi sulle rive (Boretto, per esempio, luogo antico, perché ancora sa cosa sono le burle), mangiando in locande dall’aspetto di catapecchie, collezionando i resoconti dei pescatori, ascoltando il frinire delle cicale e delle stelle nelle notti all’addiaccio, superando le trappole insidiose tese dalle centrali idroelettriche, che dissanguano il fiume. Per sfociare infine nel mar Adriatico: “Uscire da uno spazio chiuso e vedere l’immenso orizzonte. Assistere al mistero di una linea che diventa spazio.”
Il Po di Rumiz è custode maestoso di bellezze e rarità, ma è anche collettore delle bruttezze prodotte dall’uomo. Il libro, attraverso fatti, immagini, incontri racconta anche il rapporto tra l’uomo e la natura: equilibrato fino a quando l’uomo ha avuto timore della natura, conflittuale ed impari da quando l’uomo si è ficcato in testa l’idea di esserne il dominatore. I toni dell’autore in questo oscillano tra la rassegnata denuncia e il desiderio di riscatto, di lotta: “Smettiamola di dire che il fiume è morto e che non c’è più niente da fare. Così forniamo solo la giustificazione a procedere a chi ha tutto l’interesse a manometterlo definitivamente.”

Parto dal presupposto che a questo punto della mia carriera di collaborazioni inizio a contarne davvero tante, tantissime direi, ognuna di loro ha una sua storia, è nata in particolari circostanze. Non posso fare a meno di sottolineare, non perché sono ospite di queste sue “pagine virtuali”, che quando un rapporto va al di là della musica – come quello che c’è tra me e Daniele – le collaborazioni diventano quasi suggestive perché quello che ci metti dentro non è solo musica.
Così l’invito di Daniele è stato un po’ come l’arrivo in cima, in cima a una grande intesa, soprattutto umana, ne sono stato felice ma forse non del tutto stupito. Stava realizzando un disco molto particolare, e nella ricerca di qualcosa di “strano” credo che abbia riconosciuto in me il musicista poliedrico che poteva fare al caso suo, Acrobati suona infatti in molti modi diversi nonostante i brani riescano a mantenere un trait d’union fra loro, davvero un lavoro di grande equilibrio, è proprio il caso di dire che mai titolo fu più appropriato.
Ricordo distintamente la mia prima reazione all’ascolto de La guerra del sale, è stato qualcosa tipo: “Wow! Daniele ha fatto veramente un pezzo hard core!”. trioPerché, che lui sia fuori da ogni accademia è fuor di dubbio, ma questo pezzo suonava davvero hard core, una delle cose che più mi piacciono e non nascondo di essermi – neanche tanto metaforicamente – sfregato le mani, il panorama che mi si dispiegava davanti era oltre ogni più rosea previsione.
Ho approcciato il brano da un punto di vista più ritmico, che è poi il mio modo di operare all’interno degli arrangiamenti e quando ho pensato a come realizzare qualcosa che si legasse al magma sonoro del pezzo ho ritenuto che sperimentare fosse la strada migliore, anche sui suoni stessi: ci sono sovrapposizioni, cluster veri e propri all’interno dei quali faccio scorrere delle note glissate dei tromboni (apro una parentesi per un elogio al talento di Mauro Ottolini che quei tromboni li ha suonati), e poi c’è questa esplosione di melodie, delle quali la principale ha un arrangiamento con delle note al limite della dissonanza tra di loro, che però stanno benissimo perché anche la struttura armonica del pezzo è molto aperta, quasi modale. E poi insomma… “eravamo in tre”! Sapere che a un certo punto avrebbe attaccato Caparezza mi dava la certezza che la chiave da ricercare era quella dell’insolito.
La connessione fra i tre, a vederla, è quella tra persone che si conoscono, che si stanno simpatiche, che si divertono, ma bisogna anche considerare che i tre mondi che si incontrano sono abbastanza diversi tra loro, ognuno ha una propria identità specifica, stare in tre su quel filo teso è stata senza dubbio un’altra bella acrobazia per la quale mi sento di ringraziare sia Daniele che Michele.

Due ore e mezzo in macchina da Roma. Ussita è lì. Superi Terni e improvvisamente ti rilassi. Perché da lì inizia la Valnerina. Cominci con la cascata della Marmore, tra le più alte d’Europa. Poi una strada bellissima, una delle preferite – non a caso – dai motociclisti. Due corsie, curve, verde ai lati, le montagne davanti, l’esplosione dei colori.
Il padre di mio nonno è nato qui. Mia madre negli anni ’50 ci metteva 7 ore per arrivare, perché la strada non era asfaltata. Il padre di mio nonno è nato a Ussita. Noi lì abbiamo casa e lì abbiamo passato ogni estate e quasi tutti gli inverni.
Ussita la conosco prima che dai miei ricordi, da quelli di famiglia.
Lì si scia: sul filo della memoria. La “Piccola Svizzera”, mi hanno ripetuto per anni con quell’orgoglio delle origini. Perché lì si scia. Per raggiungere la seggiovia di Frontignano, sono 15 minuti. Piste facili, tranne una: il canalone, ripidissimo. Che ho fatto solo in estate, a piedi.
Ussita è piccola: una piazza principale con il bar centrale dove si vendono giornali, libri e fumetti; la chiesa, ovviamente, con le sue processioni.
Due parchi, il cinema (aperto solo a luglio e agosto). C’è il ferramenta, dove trovare anche i giochi per i bambini. Due parchi (in uno c’è il minigolf), il cinema (aperto solo luglio e agosto), la farmacia e il tabacchi, dove puoi comprare anche il bagnoschiuma. C’è la sede del Comune e una strada che collega le frazioni più piccole: Pieve, Vallazza, Tempori, e le altre. È ai piedi del Bove. Un monte che al tramonto si tinge di rosa, completamente.
“Ma che fai per tre mesi a Ussita”? Mi chiedevano i miei amici di città quando eravamo al liceo. Facile: passavamo luglio e agosto tra ping pong e biliardino, tra una sala giochi (da qualche anno non c’è più) e i tavoli del parco Ruggeri a giocare a carte.
Andavamo a Visso, che è a quattro chilometri e mezzo di distanza, uno dei Borghi più belli d’Italia e Bandiera Arancione certificata dal Touring Club Italiano (questo quando andavo al liceo non lo sapevo). Lì c’è “Il Laghetto”, punto di ritrovo dei giovani del posto.
E il bar Sibilla (tra i più fotografati adesso con il terremoto, la casa sopra è crollata). Tra i più fotografati anche in ogni mia estate, dato che fanno paste e cioccolate eccezionali. C’è il lago, vicino Ussita, artificiale e suggestivo. È a Fiastra, mezz’ora di macchina, circondato da montagne. Con il tempo giusto l’acqua diventa verde e azzurra, come gli alberi e il cielo che lo circondano. Ci si arriva passando per il santuario di Macereto (che ha resistito alle scosse più forti, la meta preferita per i pic nic dei turisti) e Cupi (tra le mie, di mete preferite, dato che ci sono due agriturismi eccezionali).
Dalle foto di questi giorni non si vede e forse non si sa, ma Ussita è anche un posto per chi ama lo sport: ci sono campi da calcio e tennis; e c’è un grande palaghiaccio, una pista per pattinare omologata per le gare di hockey. C’è anche una piscina, coperta, e un solarium per prendere il sole fuori. C’è un maneggio, dove quest’estate le mie nipoti sono andate per la prima volta a cavallo. E la bici, quello sì. Avevamo tutti la bici. Il mio edicolante di Roma, che è uno appassionato da anni, quest’estate si è fatto un giro al Fargno passando per il lago di Fiastra. C’è stato una sola volta e si è innamorato. Mi ha chiamato (mai fatto in 15 anni che lo conosco) dopo il terremoto per avere notizie del posto. A Ussita si mangia, anche. Nel senso che si mangia bene. Ci sono i pastori, le capre e le vacche, circondati dagli immancabili maremmani.
C’è la ricotta appena fatta da mettere nel caffè e c’è il ciauscolo, un insaccato morbido, da spalmare, realizzato con la carne di maiale. C’è l’amaro Sibilla, fatto con le erbe e imprescindibile in ogni tavola.
La montagna e le passeggiate, che con Ussita si pronunciano in una parola sola, tutto attaccato, per me sono arrivate con l’età della ragione.

2 novembre 2016
Sebastiano De Gennaro racconta la nascita della collana di dischi 19'40" realizzata con Enrico Gabrielli e Francesco Fusaro

C’era una volta un Re, che disse alla sua serva, raccontami una favola, e la serva incominciò: c’era una volta un disco, intitolato 19’40”, per la precisione era il 2013 quando io ed Enrico Gabrielli pubblicammo  tale disco dedicato alla musica di John Cage da lui composta nell’anno 1940. Lo sapete chi era John Cage? Era un micologo? O forse un musicista? Beh, questa è un’altra favola e magari ve la racconto al prossimo concerto. Ma torniamo alla favola delle 19:40, si perché è proprio a quest’ora che dal primo dicembre 2016 cominceremo a pubblicare i dischi della nostra nuovissima collana discografica, che si chiama, per chiudere il cerchio, 19’40”!

Che ore sono? Che anno è? Qual è la favola? Qual è il Re? …se ho fatto solo confusione in questo preambolo colmo di numeri da qui in giù proverò a spiegarmi meglio. 
Intanto, vi ricordate di me? Sono Sebastiano de Gennaro, l’omino buffo con gli occhiali (citazione) che suona strumenti strani con il vostro Presidente. Ed è proprio perché mi occupo di musica, di suoni e di strumenti particolari, che Daniele (sempre attento e curioso) mi ha chiesto di raccontare a La Voce del Megafono che cosa sia esattamente 19’40”.
Diciannove e Quaranta è una collana di dischi su abbonamento pensata da me ed Enrico Gabrielli assieme al musicologo Francesco Fusaro, nata quest’anno per raccogliere, curare e diffondere il nostro lavoro sulla musica scritta. Minime, semiminime, crome, semicrome, semibiscrome, pause, chiavi ..corone; qualsiasi tipo di musica purché abbia un attinenza col segno sulla carta, con la notazione musicale e non solo, anche col fumetto, col disegno, con l’illustrazione. Ogni disco sarà curato graficamente da un diverso artista, e sarà accompagnato da un booklet contente un testo critico di Francesco Fusaro, per comprendere meglio cosa state ascoltando e che lavoro abbiamo fatto.
Dunque non è solo una favola ma una storia di musica, di idee, di dischi, di pacchetti, spedizioni e cassette postali: chi si abbona riceverà un disco ogni quattro mesi, 
il primo in arrivo (1 dicembre 2016) sarà una raccolta di trascrizioni di brani tratti dal repertorio di band strumentali italiane di area math-rock, noise, avant-garde, realizzate sapientemente da Enrico per il nostro ensemble di sei elementi (violino, pianoforte, oboe, clarinetto, basso tuba e percussioni). Parliamo quindi di trascrizione di musica ‘folklorica’ mai riportata prima su carta pentagrammata. La seconda uscita prevista per il 2 aprile 2017 sarà l’Histoire du Soldat di Igor’ Stravinskij, la Storia del Soldato, una meravigliosa opera da camera del 1918, anch’essa scritta con inchiostro su carta… una vera e propria favola russa, per l’occasione recitata in italiano da Stefano Panzeri ed illustrata con i disegni di Olimpia Zagnoli. E poi via via altri dischi per scoprire musica di cui forse in molti in questo momento non conoscono nemmeno l’esistenza.

24 febbraio 2016
di Paolino De Francesco (autore della copertina di "Acrobati")

Mi occupo di “grafica applicata alla musica” dal 1996 e ho avuto l’opportunità di lavorare con artisti noti e meno noti. Lavoro senza dubbio meglio quando tra me e l’artista per cui devo realizzare la copertina c’è stima reciproca. Nel caso di Daniele la mia stima per lui risale al 1995, anno della sua prima apparizione a Sanremo, quando portò sul palco dell’Ariston “L’uomo col megafono”. Con Daniele avevo poi lavorato all’artwork dell’album “Monetine”, raccogliendo circa 400 monete di diversi paesi per riuscire a comporre il suo ritratto. Un lavoro che potrebbe sembrare quasi più tecnico che creativo, ma il risultato ha avuto la sua efficacia ed è riuscito ad interpretare le esigenze commerciali di quella che era una raccolta

12 gennaio 2016
Il crimine perfetto di Philippe Petit

Se pensi che adesso io ti spieghi quali sono le motivazioni che mi spingono a riempire una pagina vuota, ti sbagli. Nel mio mondo non esiste la motivazione. Io non sono motivato a fare quello che faccio. In quanto artista avverto un impulso, un’impellenza, sono trascinato da una forza che ha radici profonde in me, una forza così persuasiva che sembra vano cercare di spiegarla. Essa, tuttavia, ha un nome: passione. La passione è la calcina che tiene insieme i miei collage creativi, il motore delle mie azioni. Essendo in movimento perpetuo, possiede una componente di impazienza. Di urgenza. E poiché esorta la mia arte a crescere, è indispensabile. Sospinto da simili venti di passione, per chi creo? Le mie performance sono per me stesso o per il pubblico? La mia risposta si colloca ai due estremi. Quando sono al parco e faccio giocoleria all’interno del mio cerchio di gesso ho bisogno di incuriosire i passanti, altrimenti non si fermeranno. Durante la performance il mio personaggio comico Lippo, che si nutre di folla, osserva gli spettatori, pronto a sfruttare ogni loro minima reazione. E nel momento in cui colgo un accenno di torpore che aleggia tra il pubblico, smetto di giocolare e parto con un coup de theatre che sicuramente sveglierà tutti quanti: suono il fischietto e lego una fune tra due alberi! Allo stesso tempo, se voglio offrire la più sincera delle performance, devo essere completamente solo. Devo essere prigioniero della fortezza della mia arte.

24 dicembre 2015
La lettera di Carlo Massarini

Ricordi quella bella intervista fatta coi tuoi compagni di bisboccia Niccolò e Max durante il vostro tour a Milano? Ricordi che era per un Magazine televisivo su Rai5 chiamato Ghiaccio Bollente? Ecco, Ghiaccio Bollente Magazine da ieri sera non c’è più, e fra poco anche la fascia notturna, quella che ha reso insonne o traumatizzata al risveglio parecchia gente, non ci sarà più. Chiuso senza spiegazioni dai dirigenti di Rai5, la Rete della Cultura, per la quale la musica evidentemente non è cultura. Dirai, vabbè, fattene una ragione, c’est la vie. Sì, io una ragione me la farei pure (specie se belloccia), ma c’è parecchia altra gente che non l’ha presa benissimo. Al momento attuale circa 16.000, mica pochi. No, non li ho contati io, sono quelli che hanno firmato #saveGhiaccioBollente su change.org, uno di quei siti di petizioni assortiti che affiancano il poeta detenuto in Arabia Saudita con la proposta di Rocco Siffredi di portare l’educazione sessuale nelle scuole (tipo il lupo che entra nell’ovile). Oltre a firmare, hanno anche lasciato un commento, che come cosa mi piace molto, perché mi ricorda il vecchio, vecchissimo Indice di Gradimento, che quando ho cominciato a fare tv io –no, era già a colori- si affiancava all’Indice di Ascolto. Poi, nel tempo, è rimasto solo questo, ahimè, e i numeri sono valsi più della qualità. Perché di questo si tratta: per due anni abbiamo fatto un programma nel quale c’era musica italiana e straniera (e quando dico straniera intendo proprio di tutto, dal Brasile all’Africa, dalla Norvegia ai Caraibi) senza barriere di nessun genere. Rock, jazz, hip-hop, soul, blues, folk, world, mettici tu un’etichetta. Io penso che la musica sia una, l’importante non è chi la suona o dove vive, ma se sia di qualità o no.

4 dicembre 2015
L’opinione di Mario Tozzi

Il clima è “la casa comune” degli uomini, ma solo il papa sembra ricordarlo: nessuno fra i potenti della terra riuniti a Parigi per la conferenza Cop21 ha osato neppure pronunciare queste parole. Nonostante siano praticamente ridotti al minimo gli scettici che, per anni, hanno prima cercato di minimizzare il riscaldamento atmosferico in atto e, poi, di attribuirlo alle macchie solari o ai raggi cosmici, tutto fuorché alle attività produttive dell’umanità. Vale la pena di ricordare che i 2500 scienziati che studiano il clima sono quasi tutti d’accordo su due possibili scenari. Il primo è che le temperature medie dell’atmosfera aumenteranno di 2°C nel prossimo mezzo secolo, cosa che comporterà conseguenze traumatiche di vario genere, a cominciare dalla fusione dei ghiacciai continentali e dal conseguente innalzamento del livello dei mari: dal 1965 si è fuso il 52% dei ghiacci artici, e, per fare un esempio, oltre un terzo di quelli del Kilimanjaro; mentre dal 1850 si sono dimezzati i ghiacciai alpini. Se la tendenza è questa, nel prossimo secolo le Dolomiti non avranno più nemmeno un ghiacciaio. In questo quadro il livello dei mari crescerà da 10 a 90 cm nei prossimi cinquant’anni causando l’annegamento degli atolli delle isole oceaniche, la perdita di gran parte delle barriere coralline, l’invasione di piane costiere da parte delle acque, l’incremento delle aree inondate durante le alluvioni. Aumenteranno le perturbazioni meteorologiche a carattere violento e le grandi inondazioni, che già sono cresciute da 2-3 per anno negli anni ’50, a oltre 20 negli anni ‘90 del XX secolo. Questo è lo scenario ottimista. Per configurare lo scenario pessimista, quello davvero grave, basta moltiplicare per dieci tutti i fenomeni prima elencati: ciò che accadrebbe nel caso in cui l’incremento delle temperature fosse –come pure è possibile ipotizzare– di 6°C. L’anidride carbonica è in aumento da 200 anni a questa parte come mai aveva fatto negli ultimi millenni, essendo passata da 280 a quasi 400 parti per milione, incremento che non può essere spiegato con i soli processi naturali, ma attraverso la combinazione di due processi interamente antropici, la deforestazione (1,5 miliardi di tonnellate di carbonio) e la combustione (6,5 miliardi di tonnellate).

17 novembre 2015
L'opinione di Frankie Hi NRG MC

C’avete presente Alberto Sordi ne “Le vacanze intelligenti”? La mia recente visita alla Biennale Arte di Venezia, evento fondamentale per l’arte e la comunicazione tutta, me ne ha restituita tutta la vividezza dell’interpretazione, la forza di un sentimento. Quest’anno, ad una manciata di ore dalla definitiva conclusione, ho deciso di andarla a visitare: due giorni alla ricerca di alcuni sporadici, troppo rari, momenti d’emozione, intervallati da quella che ai miei occhi è apparsa come l’ennesima celebrazione della fuffa, nella variante con e senza piedistallo. Premetto: non sono un esperto d’arte contemporanea e non voglio ergermi a tale; è un ambito che mi piace frequentare da spettatore, coi miei gusti, idee, preconcetti. Probabilmente sarò di palato troppo fino, perché arrivare a dieci opere/artisti memorabili è una faticata niente male, considerando i chilometri fatti attraverso una sequenza di espressioni di “tutti i futuri del mondo” (questo il tema della 56ma Biennale Arte) declinati attraverso i media più disparati, con una netta preponderanza delle video installazioni. La “video installazione” è una tipologia di espressione artistica che va molto. Consta di un videoproiettore, di un impianto audio e di una stanzina buia, con sedute o meno, in cui un corto/medio/lungo metraggio o un assortimento dei tre viene proiettato a ciclo continuo. Mi piace la video arte, ma a Venezia ce n’era un po’ troppa. Ogni panello divisorio celava un oceano di cinemini, alcuni dei quali deserti, altri non proprio profumati, riverberanti di sequenze cut up in bianco e nero, interviste a persone, diapositive di facce, altre interviste a persone, dettagli dell’acqua, molte altre interviste a persone, a volte a più persone. Una noia mortale.