QUOTIDIANO FONDATO NEL 1994

UNA SERIE DI PICCOLE MAGIE



di Daniele Silvestri

Più che una serie di acrobazie, è stata una lunga serie di piccole magie e combinazioni fortunate a mettermi in mano la canzone che poi avrebbe dato il titolo a questo nuovo album.
Era l’inizio del luglio scorso (2015) quando io e un gruppetto di musicisti agguerriti entravamo in uno studio di registrazione a Lecce, il Posada Negro Studios di Roy Paci, per passare insieme tre giorni di pura libertà creativa. Avevo con me un telefono con la memoria piena di appunti musicali o di testo registrati al volo nei mesi precedenti. Alcuni già ben definiti, o perlomeno già chiare indicazioni della canzone che ne sarebbe potuta nascere. Altri invece talmente embrionali o “folli” da lasciare aperta qualsiasi strada, qualsiasi direzione. Tra questi uno degli ultimissimi files sul mio telefono era un giretto di accordi fatto con un morbido suono di pianoforte e registrato col telefono mentre accanto a me mia moglie Lisa chiacchierava insieme ad un paio di amici.
Nei tre giorni in cui lavorammo in un crescendo di entusiasmo e di esplosività creativa (con una band “inventata” per l’occasione, tra persone che si conoscevano ma che almeno in parte non avevano mai suonato insieme), ci occupammo prima dei brani più definiti, e poi cominciammo ad affrontare le cose più vaghe e più pazze. Quando toccò a “Talkin’ night” (inizialmente si chiamava così la futura Acrobati) fu subito chiaro che su quel micro-mondo la nostra formazione dava il meglio di sé. Ci volle credo al massimo un’oretta per arrivare a fermare su nastro (in forma già totalmente definitiva!) la base della canzone. E una volta tornati a casa, ricchi di un insperato gruzzolo di 21 tracce registrate per altrettante nuove possibili canzoni, la piccola “talkin’ night” scalava costantemente e irrefrenabilmente la classifica del nostro stesso gradimento, finendo per diventare il “sound” di cui eravamo più entusiasti, un piccolo gioiellino fortunato e delicato, potenzialmente “manifesto artistico” dell’intero lavoro.
E va detto che a quell’epoca non avevo la più pallida idea di quale testo avrei affidato a quella musica.. Avevo già intuito che sarebbe servito qualcosa di vagamente “discorsivo”, quasi più detto che cantato, qualcosa di leggero, ma sempre cangiante, a tratti rarefatto come la musica..forse un punto di vista che prevedesse uno sguardo aperto, la capacità di guardare lontano, dall’alto magari…
E’ a questo punto che devo essermi ricordato di una cosa che mentalmente avevo quasi rimosso: proprio sull’aereo che mi portava a Lecce (o meglio a Brindisi per poi raggiungere il suolo salentino), mentre guardavo in basso dal finestrino, mi ero appuntato sul quadernetto che porto sempre con me, poche parole, venute così di getto: “visto dall’oblò di questo aereo / il mondo sembra bene organizzato / dell’uomo cogli l’operato serio / il tratto netto, duro ed ordinato / reticoli di campi cesellati / di cui non percepisci mai l’arsura / e specchi d’acqua, poi, come diamanti / quell’uomo ha regalato alla natura / forse per darle una struttura / per darle una struttura..” . 

UNA LUNGA SERIE DI MAGIE E COMBINAZIONI FORTUNATE

Appena le ho provate a mettere su quella base, recitandole prima ancora di cantarle, ho subito capito che sembravano scritte apposta. E forse era andata proprio così, solo che non ne ero consapevole.
Da lì il testo spiccò facilmente il volo, e pian piano da quel sedile di aeroplano mi sono spostato nel cielo stesso, a camminare tra fili tesi chissà dove, raccontando sempre più una condizione dell’uomo piuttosto che un punto di vista distaccato..
Ed è a quel punto che succede l’ennesima piccola magia. Ero già nella fase finale della realizzazione dell’album, al Terminal 2 Studio di Roma, quando una mattina entrando in studio trovo un pacchetto col mio nome scritto sopra. Lo apro e scopro un libro: Toccare le nuvole di Philippe Petit. Non è proprio un caso: l’amico Michele Annechini aveva sentito il brano a cui stavo lavorando (e che nel frattempo era già stato ribattezzato “acrobati”) e aveva notato strane e profonde analogie con il pensiero di un vero funambolo – Petit, appunto – e così mi stava omaggiando di quel libro perché fossi almeno consapevole di quella strana sintonia.
Ci aveva preso davvero. La lettura mi confermò in alcune delle cose già scritte e mi portò a migliorarne altre. Soprattutto l’immagine della “disobbedienza” alla gravità intesa come atto artisticamente “criminale” mi colpì profondamente e servì a chiudere il cerchio dei miei pensieri e dei miei scritti.
Ora l’elenco delle magiche coincidenze non finisce affatto qui, ma ve le risparmio (anche se quella che portò alla immagine di copertina del disco, realizzata da Paolo De Francesco, meriterebbe un ulteriore racconto).
Mi limito a dire che il videoclip di Acrobati (che ufficialmente esce domani, venerdì 6 maggio) è solo l’ennesima.
Non doveva nemmeno essere questo il prossimo singolo. 
Solo un personaggio sufficientemente folle e appassionato come Fernando Luceri (salentino, guarda caso) poteva imbarcarsi nell’impresa di realizzare un video in pochissimi giorni, in un periodo per me fittissimo di concerti, quindi senza neanche la reale possibilità di organizzare e pensare le cose coi giusti tempi. 
Anche con Fernando il rapporto era appena nato, in occasione del mio primo singolo, Quali Alibi, per il quale Fernando aveva superato ogni aspettativa con un videoclip che non ho paura di definire geniale.
Qui però il mondo sonoro e concettuale era completamente diverso.
Ma ancora una volta mi ha sorpreso. Riuscendo in poco tempo e con pochi mezzi a raccontare probabilmente nella maniera migliore quel punto di vista insolito, quello sguardo “dall’alto”, in equilibrio precario – sì – ma finalmente libero. E quella specie di circo che nel video ci accoglie, probabilmente viene dall’idea stessa di “acrobati”, ma anche dall’impianto scenografico del concerto che sto portando in giro in tutto questo periodo, dove a metà spettacolo, durante un breve intervallo tra i due “atti”, il palcoscenico si trasforma nell’arena centrale di un piccolo circo.
Il videoclip finisce così per diventare un perfetto collante tra il disco stesso e il live che portiamo in giro. Soprattutto racconta forse meglio di tante chiacchiere la piccola filosofia che il brano suggerisce, che quegli acrobati, quei funamboli in fondo siamo tutti noi, costretti ogni giorno a continui equilibrismi, indotti come siamo a vivere una vita fatta solo di presente, di oggi, senza nulla che ci consenta di guardare in avanti – progettando, immaginando il nostro futuro, individuale e collettivo – o di guardare indietro, per avere memoria di noi, del nostro cammino, delle nostre conquiste.