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Daniele Silvestri, un anno d’oro per chi ha l'”Argentovivo”

MASSIMILIANO CASTELLANI

Dopo il “triplete” di premi sanremesi, al Tenco è stato riconosciuto come migliore singolo del 2019. E ora arriva un album solare, “La terra sotto i piedi” con un nuovo e fertile “Concime”

Danele Silvestri, ha da sempre l’aria del capitano coraggioso (specie quando guida il trio, FabiGazzè-Silvestri), tipo quella dell’ex “Capitan Futuro” della sua Roma, Daniele De Rossi, che è appena sbarcato alla Boca di Buenos Aires, per giocare laggiù, al di là dell’Oceano, lontanissimo dal biondo Tevere.

Consentiteci l’accostamento calcistico, perché nella stagione musicale in corso, il cantautore romano, dopo il “triplete” sanremese, ha calato il poker. Con il suo brano Argentovivo presentato all’ultimo Festival di Sanremo aveva ammaliato il pubblico con un’interpretazione perfetta, viscerale. Roba forte, specie per stomaci delicati o stati di attenzione sempre più in crisi, affetti da lookdown (sindrome virale da smartphone). Parole e musica talmente potenti da inchiodare tutti davanti al video: dagli adolescenti a cui si rivolge il brano eseguito con il rapper Rancore fino ai genitori chiamati direttamente in causa, «avete preso un bambino che non stava mai fermo, l’avete messo da solo davanti a uno schermo e adesso vi domandate se sia normale se il solo mondo che apprezzo è un mondo virtuale».

L’effetto che ha fatto? Un meritatissimo “Premio della Critica Mia Martini” (il terzo in carriera), il Premio della Sala Stampa Radio Tv Web “Lucio Dalla” e quello per il Miglior Testo “Sergio Bardotti”. Tutti riconoscimenti assegnati da giurie che hanno guardato davvero alla «qualità».

E ora è arrivato il quarto sigillo, sempre da Sanremo, Argentovivo è stato riconosciuto come «miglior singolo dell’anno» dal Premio Tenco. Si tratta della prima canzone della storia a ricevere sia il Mia Martini che la Targa Tenco. Titoli che, con il suo tono scanzonato e un po’ indolente, il buon Daniele condivide ovviamente con Rancore e gli altri due artefici del progetto Argentovivo, Manuel Agnelli e Fabio Rondanini, rispettivamente frontman e batterista degli Afterhours.

Ma oltre ad Argentovivo c’è di più. C’è infatti un cd, un album, La terra sotto i piedi (Sony Music, euro 15,99) che al primo ascolto fa pensare a una paranza silvestriana già gustata e digerita, e invece è un nuovo fertile Concime sia per chi lo segue da anni che per chi dovesse scoprire per la prima volta questo splendido cinquantenne.

Il ragazzo con il megafono ora grida con tono mirato. L’artista destinato a collocarsi tra il solco degregoriano e un futuro rinnovato di teatro-canzone, è un uomo maturo, che ha conservato intatto lo stupore, la curiosità e il senso del viaggio, come quello provvidenziale e creativo dei dieci giorni passati a Favignana. La terra sotto i piedi è un disco solare, vulcanico, che serve un po’ a tutti quelli giunti nel mezzo del proprio cammino a fare i conti con se stessi e con un vissuto sempre incerto. Adulti o ragazzi, che possono sperare o devono pretendere, fin dall’ incipit di questa traversata esistenziale, che Qualcosa cambia, basta imparare a «non guardare solo l’emergenza».

Per cambiare, come voleva già Spike Lee (Do the right thing) serve fare La cosa giusta, evitare i vittimismi. E il poeta metropolitano che spesso cerca solitudine e riparo sulle sponde dell’Aniene chiede venia, Scusate se non piango. Insomma, ognuno a modo suo, Silvestri invita ad affrontare la vita a testa alta, con dignità, senza arrendersi, consapevoli delle cadute, come ne La vita splendida del capitano in cui «è proprio dopo la sconfitta, che è bello avere questa schiena dritta».

Sono pensieri e ritratti di Rame, grinta ben conservata e l’inguaribile volontà di lottare, di incidere, mettendoci sempre la faccia, anche a rischio di beccarsi Complimenti ignoranti che eruttano, ad ogni istante, dalla Rete. Specchio di questi Tempi modesti in cui Silvestri ci aveva avvertito prima dell’ultima apparizione nazionalpopolare del pericolo attuale, il grande caos:«Il problema è che un po’ tutti ormai riusciamo a essere vittime e carnefici nello stesso tempo». Ma L’ultimo desiderio ci dice, anzi giura che «nulla è perso, che è ancora uguale tutto, anche se è diverso».

Vogliamo crederci, che torneremo ad alzare lo sguardo da questo maledetto telefonino e «mi guarderai lo stesso». Forse, ci aspetta un lieto fine come al Principe di fango, «uno splendido finale, un modo per andare, senza salutare, via».

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